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Domenica 10, che bellezza, siamo tornati al Rifugio Selleries. Abbiamo trovato una strada dolce di curve e di pecore, gialla e contenta, più morbida dei nostri ricordi, e un rifugio sempre grande e pirata sistemato sulla prua del monte. Il laghetto forse era carico di girini e rane minuscole, avevamo paura di disturbare e non siamo andati a controllare. E comunque i girini, con tutto l’affetto, fanno schifo. Hanno già la faccia da rana. È come vedere il corpo di un neonato con la faccia di un esattore contrariato di equitalia: una roba brutta. Abbiamo assistito al rientro pigro delle mucche, che stranamente a Layla non suscitano lo stesso terrore cieco dei cavalli, e poi anche al rientro di Massimo, sempre affaccendato come una creatura dei boschi, un abbraccio, due abbracci, ancora uno per fare scorta. Che meraviglia tornare.

Ora, ci pare pure ridondante, dopo sette anni, continuare a lodare la cucina del Selleries, ma la polenta con otto sughi diversi se la merita una lacrima di gioia. Siete pazzi. Non si riesce a lasciare avanzi ma la capienza di un corpo è limitata, è un attentato.

Si è fermato tutto il rifugio ad ascoltare per le Letture Palestinesi. Luci spente, occhi attenti, in una sala che era un focolare. Abbiamo spalancato il cuore insieme, pianto insieme, stretto i pugni insieme, ed è sempre così importante per noi. Grazie per esserci stati. Grazie per gli abbracci, per esservi fermati a leggere ancora, per l’acqua piccante prima di prendere la strada. Grazie Massimo, è stato bello, grande, ed è stato stretto come un abbraccio, grazie per crederci sempre, quest’anno grazie un po’ di più.

Grazie Selleries, alla prossima volta.