Skip to main content

Sabato 9 agosto siamo saliti al Rifugio Levi Molinari gonfiando la frescura di benedizioni, con un trillo in gola per la sensazione inedita di trovare il rifugista che per noi è legeto a tripla mandata ad un luogo (ma proprio che tolto lui viene giù tutto) in un altro rifugio. Ci siamo riabbracciati con fughe serpentine dalla cucina, abbiamo messo la felpa mugolando di gioia mentre le montagne impastavano per noi una notte rotonda e una luna piena, abbiamo mangiato, e con che gioia, un minestrone che era una carezza ed un piatto di tajarin (probabilmente buonissimi, ma qui l’Autore può affidarsi solo alle espressioni godute del suo commensale).

Appurato che il messaggio criptico “facciamo lo spettacolo sotto al riccione” era un refuso e che non eravamo ignari della presenza di mammiferi spinosi, giganti e gentili in val di Susa, abbiamo sistemato la regia davanti al rifugio, disposto un anfiteatro di legno, appoggiato la tabarra di Yahuda sullo steccato sorvegliato da gnomi intagliati e ninfe dei lamponi,tirato giù un ultimo caffè.

Yahuda si è raccontato sotto un cielo gonfio, accolto ed ancorato ad un pubblico che stringeva lacrime e birre e coperte sulle ginocchia, si è lasciato dondolare al bruito del fiume, aggrappato a chi serrava i denti ed il respiro. Grazie per aver portato Yahuda fino al carrubo. Grazie per gli occhi dolci con Issa e quelli furiosi con Nour. Grazie per essere stati il suo lago Tabariyyah.

Grazie per essere saliti apposta, per essere inciampati su di noi, per esservi fermati. Grazie per aver capito.

Grazie Enzo, che rivederci è sempre una festa, siamo così contenti per te, per voi, che belli che siete.

Grazie montagna bella e gravida di lamponi e acqua dolce. Ci sei mancata.

P.S. : nell’ultima foto potete ammirare l’attacco cardiaco di Ermanno all’una di notte. Spoiler: era un ombrellone.