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Domenica 17 eravamo sopra casa, sui nostri prati stellati, con l’aria che era già frizzante perché il primo temporale dopo ferragosto, qui da noi, si porta via l’estate. Ci siamo concessi una giornata lentissima, una passeggiata al mercatino del desbarazzu, un volume di racconti di Cechov del 1932, una doccia fresca, poi siamo saliti a montare. Abbiamo fatto con calma, ci siamo portati una seggiola da casa, abbiamo abbracciato, salutato, chiacchierato mentre il prato si riempiva, abbiamo invidiato le partite di calcio ed i tornei di pallavolo, ma neanche poi tanto.

Abbiamo ascoltato le parole della Ginzburg un istante prima di iniziare, e quando Yahuda ha iniziato a parlare lo ha fatto portando per mano le ragioni per cui raccontava. C’era un silenzio densissimo, di miele, intorno alla storia di Yahuda e Issa, c’era rumore di sospiri e fazzoletti e risate sottovoce intorno al lago Tabariyyah ed era così bello vedere quanta luce filtrava, c’era un ghiro dalla mascella instancabile che si è abbuffato senza sosta e senza vergogna dalla prima all’ultima parola,.

Che belli gli abbracci così stretti. Che meraviglia le domande su un bicchiere di vino. Che dolcezza sentire Issa mio, Yahuda mio, su altre bocche.

Grazie per essere stati così delicati nel prenderci per mano e così forti nell’accompagnarci in cima al carrubo. Grazie per i sospiri rumorosi, per le bocche aperte, per gli habibi neri e dondolanti. Grazie per aver fatto tanta strada e grazie per aver sceso una rampa di scale. Grazie per una sera bella così.

Grazie infinite, sempre, Paolo e Simona. Per questa sera, e non solo per questa sera. Vogliamo venire a chiamare le stelle per nome.

Grazie casa.

Ghiro, datti una calmata.