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Giovedì 14, per la prima volta, siamo andati a raccontare la storia di Pulìn al Lago dei Camosci.

Era tanto che non raccontavamo Pulin, una nuova prima volta, e quel boschetto di pioppi bianchi era perfetto, protetto, materno.

I nuvoloni gravidi ci passavano sulla testa facendo gli gnorri ma noi eravamo carichi di fiducia e improperi, chissà se le nuvole non hanno voluto o non hanno osato.

Abbiamo abbracciato Marta, guardato i bambini rincorrersi come farfalle, esplorare Giove (nientepopodimeno) e darsi del troglodita con la veemenza e l’orgoglio di chi ha appena imparato una parola a filo di parolaccia. Abbiamo puntato un paio di faretti a lanciare luci azzurrine tra le fronde dell’Albero Maestro, individuato in anticipo il formicaio che per una volta non ha assalito nessuno, salutato il laghetto verde e placido che ci guardava dal limitare del prato, e poi le panche si sono riempite dolcemente. Le mani erano strette e gli occhi grandi quando Pulìn è iniziato dal fango, che belli quei sorrisi enormi, quei sospiri, che bella la bimba perplessa che continuaca a sussurrare alla mamma “Ma io non ho capito che animale è!” alla comparsa del primo pruzzolo, com’erano alti i lungamianti, com’era dura la caccia, com’è stato dolce il ritorno. E che schifo avere una scolopendra che ti corre sui piedi nudi.

Grazie a chi è venuto nel bosco con Pulìn, grazie per i lacrimoni e gli abbracci e per aver avuto sei anni, grazie per aver tolto a Pulìn la paura di esistere troppo.

Grazie infinite Marta, grazie a tutto lo staff del Lago dei Camosci, grazie per la cura, la cena messa da parte, l’attenzione sempre, grazie per averci coccolati.

E grazie boschetto di pioppi, scusateci se vi abbiamo dato delle betulle.