Giovedì 24, a Ormea, il cielo ci ha fatti ripiegare al coperto. Non era un cielo foriero di violenza e lacrime, solo di freddo barbino, e tanto bastava.
Ci siamo concessi una giornata lunga, lenta, con un pranzo pigro al Rifugio Pian dell’Arma con Giulia e Mattia, arrotolati nella nebbia, una passeggiata sull’Altavia, un gelato a Ormea prima di montare.
Abbiamo sistemato Michè sul palco di legno con il sipario di velluto rosso come non se ne vedono più, e non ci definiremmo nostalgici del velluto rosso ma, innegabilmente, trovarci a lavorare ombreggiati da un sipario vecchia scuola ci riporta a quando usavamo un rastrello come destriero e costringevamo parenti e visitatori ad una versione integrale del Don Quijote perché mamma, papà, un giorno faremo gli attori su palchi di legno e velluto rosso.
Il fiume saltellava cantando appena fuori dalla porta, Aligi e Mariella ci hanno offerto una cena tenera, buona e piena di patate che sanno di patata e non di farinadipatatareidratataconaromi, abbiamo rinfrescato la gola con una birra e scaldato le spalle nelle felpe e poi, in una sala che borbottava di gente, Michè ha raccontato la sua storia rovesciandosi come una cascata.
Non capita spesso di avere la regia in quinta, stavolta il pubblico, invece di vederlo, lo si sentiva.
Sospiri, fazzoletti, nasi che tiravano su e silenzi pienissimi, risate intenerite e applausi carichi di un affetto per quella creatura che si era appena raccontata che ci hanno sciolto il cuore.
Grazie a chi c’era, grazie al fiume che ci ha accompagnati, a Ulmeta che organizza così tante cose e così belle che se siete nei dintorni di Ormea approfittatene sempre, e grazie infinite ad Aligi, che ci fa sempre tornare a casa cantando. Alla prossima volta






