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Sabato 19 abbiamo squittito di gioia quando abbiamo visto il termometro scendere a 16 gradi a Ponte di Nava. Siamo saliti verso Upega gonfi di voglia e di malinconia, è sempre dolceamaro tornare in un posto sapendo che sarà l’ultima volta, o perlomeno l’ultima volta così. La locanda era bella e viva come sempre, Claudia era una scheggia di luce, Richard e Valeria belli come il sole, i tajarin da piangere di gioia. Abbiamo abbracciato schiene dritte e familiari, pucciato il muso in un bicchiere di rosso, aspettato gli ultimi amari, poi ci siamo accoccolati fuori, al riparo delle tende, intorno ai libroni delle letture palestinesi.

Necessario è una parola che in teatro è diventata un aggettivo accattivante: viene masticata, ciancicata, digerita e rimasticata, e non ci piace un granchè usarla. Necessario è una parola preziosa che andrebbe distillata con cura. Sabato, a Upega, con i maglioni pesanti e i cuori anche, forse necessario è una parola che finalmente ci ha fatto visita nel modo giusto. Grazie per esserci stati. Grazie per le lacrime e la rabbia, per i petti spalancati, per il fiato spezzato e il tempo sospeso, grazie per tutte le parole strette intorno a una poesia, a una sigaretta, a una sera che continuava a zampillare anche a luci spente.

Grazie Valeria, grazie Richard. Grazie per aver voluto questa serata per salutarci. Vi auguriamo cieli limpidi e discese dolci e tutta la felicità che potete contenere. Ci vediamo per funghi.